3 settembre 2010

Non tutta la trasparenza viene per nuocere: qualche riflessione sulla pubblicazione degli stipendi dei dirigenti pubblici

Paese che vai, costumi che trovi. Si potrebbe sintetizzare così la tradizione italiana di lungo corso che ha impedito la pubblicazione degli stipendi percepiti dai funzionari pubblici con funzioni dirigenziali. Nel vecchio sistema, per farsi un’idea, anche vaga, delle retribuzioni del pubblico erano necessarie una discreta dose di pazienza e molta fortuna, oltre al tempo considerevole necessario per incrociare i dati dei contratti collettivi con (le rare) informazioni messe a disposizione dalle amministrazioni. Un lavoro certosino e scoraggiante. Negli Stati Uniti o nelle amministrazioni dell’Europa del nord gli stipendi dei dirigenti pubblici sono da tempo di dominio pubblico.

I tempi cambiano. La crisi finanziaria internazionale, che ci ha riportati un po’ tutti con i piedi per terra, unitamente alla “presa” mediatica di una delle parole d’ordine più inflazionate degli ultimi anni: la trasparenza, hanno cambiato le regole del gioco. Tra le grandi aziende del privato è oggi sempre più frequente la scelta di pubblicare i dati relativi alla retribuzione fissa e variabile del top management. Questo vale da noi e, a maggior ragione, all’estero. Per fare un esempio: la riforma finanziaria approvata dal Senato americano nel corso delle ultime settimane (il Dodd-Frank Act) contiene una norma che impone la pubblicazione degli stipendi dei dirigenti top di tutte le aziende. Nella pubblica amministrazione italiana l’ultima di una lunga serie di linee programmatiche, indagini conoscitive e buoni propositi è stata la famosa “Operazione trasparenza” promossa dal Ministro in carica per la Pubblica Amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, con la legge 18 giugno 2009, n. 69.

Nel “mirino” del Ministro sono finiti, più o meno in sequenza, gli elenchi degli incarichi di consulenza e collaborazione esterna affidati dalle Amministrazioni pubbliche e le retribuzioni annue lorde dei dirigenti. La norma, peraltro, è vincolante per le amministrazioni centrali dello Stato e per quelle locali (Regioni, Province, Comuni). Sono stati pubblicati online anche l’elenco dei consorzi e delle società a totale o parziale partecipazione da parte delle Amministrazioni pubbliche, così come previsto dall’articolo 1, commi dal 587 al 591, della legge Finanziaria 2007 (complessivamente si tratta di circa 2.300 consorzi e 4.700 società partecipati dalle pubbliche amministrazioni con 24.713 rappresentanti negli organi di governo).

Cosa cambia rispetto a prima? Direi che, almeno per certi aspetti, cambia molto. Cambia molto perchè l’obbligo di trasparenza – più volte invocato nel corso del dibattito politico e parlamentare di questi anni – trova un’applicazione concreta. I dati messi a disposizione dal Ministero Brunetta rivelano un adempimento consistente. Il79% dei Ministeri ha adempiuto integralmente alle disposizioni normative (e di questi la totalità ha provveduto alla pubblicazione delle retribuzioni). Anche gli Enti regione hanno pubblicato i dati riguardanti il trattamento economico del proprio personale dirigenziale. Seguono le Province (con circa il 95%) e i Comuni (che si attestano intorno al 98%). Ma, al di là del dato numerico a fare la differenza è, secondo me, il principio. Un amministratore pubblico è tenuto al rispetto di vincoli maggiori verso la società civile. Tra questi rientra senz’altro l’adeguamento alla massima trasparenza circa la formazione professionale, le esperienze pregresse, le presenze in ufficio e, appunto, la retribuzione percepita.

Ma, diciamo la verità, vista da una prospettiva diversa la regola della pubblicazione degli stipendi ha un forte sapore populista. Il tono sembra, a tratti, quello del j’accuse. Come a dire: i nostri amministratori guadagnano queste cifre (generalmente sono cifre considerevoli) a fronte di quale preparazione e (tasto dolente!) quali servizi per la collettività? 

Ora, nel privato l’effetto boomerang delle operazioni trasparenza si è fatto sentire immediatamente. Trattandosi di un mercato aperto alla contrattazione, inevitabilmente la conoscibilità delle retribuzioni dei colleghi/rivali ha prodotto un pericoloso (per le imprese almeno) gioco al rialzo. Non è questo il caso della pubblica amministrazione, dove i margini di trattativa sono più ridotti e di conseguenza le oscillazioni estremamente contenute. Le mie perplessità riguardano semmai le possibili distorsioni che una norma populista potrebbe produrre. Mi spiego meglio:

1.  Il rischio è anzitutto quello di creare un confronto tra lo stipendio dei dirigenti e quello dei funzionari, anche specializzati, che lavorano nelle pubbliche amministrazioni. Nessun dubbio sul fatto che l’apporto di questi ultimi alla quantità e qualità dell’azione pubblica sia determinante. Ma il principio che legittima il surplus di retribuzione per un dirigente (e cioè la responsabilità del buon andamento dell’ufficio) non trova un corrispettivo nell’attività del funzionario, a cui si chiede piuttosto un impegno diligente nelle mansioni espletate. Oltretutto, le variazioni tra le retribuzioni erogate dalle amministrazioni possono variare (e, in effetti, variano) in ragione di molti fattori. Questo rende impossibile e rischioso (perchè suscettibile di valutazioni distorte) confrontare gli stipendi dei funzionari con quelli dei dirigenti.

2. Il rischio ulteriore è quello di disincentivare completamente il ricorso alle consulenze. é vero che se ne è abusato fino all’eccesso, ma questo non toglie che, almeno in alcuni casi, le amministrazioni hanno tratto grande giovamento dalla consulenza di esperti, che come tali meritano di essere retribuiti in proporzione alle loro competenze.

A conti fatti la regola della trasparenza nelle retribuzioni è una regola in sè valida, ma da leggere e interpretare in un contesto più completo. Uno stipendio alto in sè non crea (o non dovrebbe creare) scandalo, purchè la collettività abbia la consapevolezza delle capacità di guida di chi percepisce quello stipendio, e se naturalmente costui produce con il suo lavoro un servizio pubblico eccellente. In questo caso la trasparenza assumerebbe il valore che dovrebbe avere sempre: cartina di tornasole della salute di un mercato del lavoro vivo e stimolante, non oggetto di scandalo e polemica.

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3 Commenti a “Non tutta la trasparenza viene per nuocere: qualche riflessione sulla pubblicazione degli stipendi dei dirigenti pubblici”

  1. Marzio Cattaneo scrive:

    Che differenza c’è tra due caschi per motociclcisti omologati: uno avente il valore di 130,00 €uro e l’altro di 840,00 €uro?
    Se i valori delle retribuzioni sono soggetti a Normative, come per l’omologazione dei caschi motociclistici se ne è a conoscenza dei rispettivi significati.
    Se i valori delle voci accessorie delle retribuzioni sono concesse per particolarismi, allora creano quella differenze, come quelle che si riscontrano nei caschi motociclistici omologati tra quello di 130,00 €uro con quello di 840,00 €uro.
    La trasparenza delle retribuzioni, non solo deve pubblica, ma deve essere esposta nei luoghi di lavoro e per tutte le figure che percepiscono una retribuzione, affinché si eliminino tutti i rischi.
    Essere consapevoli del valore del dirigente e della sua retribuzione come di tutti i lavoratori, significa essere adulti e riconoscersi in un rapporto sociale democratico.

  2. Gianluca Sgueo scrive:

    Molto d’accordo!
    insisto però sulla necessità di osservare (e applicare) la regola in una prospettiva aggregata: attenta cioè non solo all’importo economico in sè per sè, ma anche al contesto in cui quella retribuzione viene erogata. Così si riesce a comprendere perchè certi stipendi sono alti e certi meno e quali responsabilità in più gravano su chi percepisce i primi rispetto ai secondi.

  3. gianlucasgueo.postilla.it scrive:

    Non tutta la trasparenza viene per nuocere qualche riflessione sulla pubblicazione degli stipendi dei dirigenti pubblici.. Smashing :)

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