23 agosto 2010

Quando l’informazione è soggetta alle regole di mercato

Non me ne vorranno i colleghi blogger se, per una volta, sconfino dal mio settore di competenza – il diritto pubblico e amministrativo – e scrivo un post sui nuovi scenari dell’informazione.

Il fatto è che si fa gran parlare del tema ultimamente, vuoi per l’avvento dei tablet che, così dicono gli esperti, rivoluzioneranno la fruibilità delle informazioni; vuoi, soprattutto, per il fenomeno wikileaks, il portale che pubblica notizie riservate sui governi, mosso dall’obiettivo di tutelare il diritto dei cittadini all’informazione e dalla battaglia per accrescere la trasparenza delle decisioni pubbliche e dei processi decisionali.

Così negli ultimi mesi wikileaks ha potuto pubblicare documenti audio e video ai quali difficilmente l’opinione pubblica avrebbe avuto accesso. Tra questi c’è il filmato di un disastroso intervento delle forze armate americane a Baghdad, nel corso del quale vengono colpiti civili e bambini.

Il video – titolato Collateral murder – ha ovviamente creato una scia di polemiche non indifferente. La linea di difesa del governo americano non è intervenuta tanto sul merito dei documenti pubblicati, quanto piuttosto sul rischio legato alla diffusione di certe informazioni che – così sostengono al Pentagono – se diffuse rischiano di alimentare i rischi di attacchi terroristici e l’instabilità politica e sociale dei territori interessati.

Si è scritto molto del fenomeno wikileaks da un punto di vista giuridico e sociologico. I giuristi si sono concentrati sul fatto che il canale di informazione costituisce uno strumento di diffusione a vocazione transnazionale: fa riferimento su un network esteso di collaboratori occasioni dislocati in ogni parte del globo e si avvale della tutela giuridica più favorevole, seguendo una logica molto vicina a quella del forum-shopping.

I sociologi e gli esperti di comunicazione hanno scritto della rivoluzionarietà di questo sistema di comunicazione, degli effetti che potrà avere sui mezzi di informazione tradizionali e dei futuri scenari che si apriranno quando, come è lecito attendersi, il portale di informazione aumenterà ulteriormente il proprio bacino d’utenza e, possibilmente, le fonti di informazione.

A me interessa un aspetto di cui s’è parlato meno, e che trovo invece molto importante, anzi essenziale anzitutto per comprendere fenomeni come quello di wikileaks e, inoltre, provare ad analizzare gli scenari futuri della comunicazione di massa. Parto da una domanda semplice: come funziona wikileaks? Il sistema si regge su due colonne portanti.

  1. La prima è relativa al capitale umano a disposizione. A differenza di canali mediatici più tradizionali, che dispongono di una redazione più o meno grande, wikileaks è composto ufficialmente di sole 5 persone: il fondatore, Julian Assange, e 4 collaboratori a tempo pieno. C’è poi un numero di collaboratori assidui (circa 40) e un numero molto più ampio di collaboratori occasionali (oltre 800). Ad eccezione dei primi 5, tutti gli altri svolgono la loro attività volontariamente e dunque, salvo casi particolari, non percepiscono un guadagno economico. Questo è un fattore importante perchè consente a Wikileaks di vivere della forza dell’idea (quella appunto dell’informazione e della trasparenza) e dunque può contare su un numero di volontari che sposano la stessa causa e non sono interessati a ricevere un corrispettivo economico in cambio.
  2. La seconda colonna è caratterizzata dalla rete di donatori privati che consentono a wikileaks di provvedere alle spese di gestione. è vero infatti che non ci sono costi elevati per il personale, ma il canale di informazione deve poter contare su tecnologie adeguate, deve consentire ai collaboratori di entrare in contatto facilmente con una rete di informatori potenzialmente illimitata (e per questo motivo molto vasta). Deve anche poter affrontare le spese legali derivanti da azioni legali intentate nei propri confronti. Per coprire queste spese il sito fa affidamento sulle donazioni di privati. Anche se le fonti non sono note (non sempre almeno) è certo che il numero di piccoli donatori sia molto elevato. Un network che ha consentito al sito di prosperare e ampliare il proprio bacino di utenza. Le donazioni ammontano, allo stato corrente, a circa un milione di dollari.

Il fatto è che questi due semplici presupposti sono esattamente gli stessi che animano l’attività di molte organizzazioni non governative, in particolare di quelle che operano a livello internazionale. Tutte queste fanno ricorso ad un numero elevato di volontari e vivono delle donazioni pubbliche e private. Così il successo di molte organizzazioni non governative è spesso scandito dall’abilità a trattare con interlocutori che rappresentano anche i principali oppositori delle organizzazioni stesse (gli stessi governi ad esempio). Tanto è vero che il sistema, per quanto riguarda il settore no-profit, è in crisi da tempo. Le organizzazioni non governative oggi tendono a cooperare all’interno di coalizioni e gruppi di interesse che servono a mobilitare risorse maggiori, ma soprattutto a limitare i danni della concorrenza. Non è esattamente una spartizione della torta, ma poco ci manca. Direi che è un ragionamento utilitaristico dettato dall’istinto di sopravvivenza: per sopravvivere e difendere certi interessi è necessario coalizzarsi e dividere i proventi.

Nel caso di wikileaks un fenomeno simile non è ancora presente perchè il media opera in condizioni di sostanziale monopolio. Non esistono altri mezzi di informazione che svolgono un’attività analoga. Ma c’è anche da aspettarsi che se il modello di gestione inaugurato da wikileaks si rivelerà vincente, molti media sceglieranno di imitarlo, o addirittura di svolgere un servizio identico. A trarne vantaggio sarà certamente l’informazione libera. Un po’ meno invece lo stesso wikileaks e gli altri canali di informazione che svolgono un servizio analogo: sarà cioè necessario spartire i fondi e fare affidamento su un numero minore di volontari.

Mi chiedo poi, continuando a ragionare per ipotesi, se e in che modo questo genere di informazioni saprà incidere sul bilanciamento tra trasparenza e privacy che abbiamo oggi. Di nuovo le mie perplessità derivano dalla natura ibrida di mezzo di informazione e organizzazione not for profit di wikileaks. Tutto sommato le organizzazioni non governative tradizionali sopravvivono perchè tutelano valori super partes: l’ambiente, i diritti umani, i diritti animali…i governi sono costretti a sostenerne l’attività.

Ma nel caso di specie lo scontro ideologico è meno squilibrato: esistono argomentazioni altrettanto valide a favore della trasparenza a tutti i costi o, sul versante opposto, della riservatezza quando necessario.

Mi chiedo fino a che punto i donatori privati saranno disposti a rendere noti i loro nomi e gli importi donati (come avviene in altri settori) a rischio di inimicarsi i governi di taluni Paesi.

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